Sono passati quattro anni dalla prima volta che ho
varcato questa porta. E ricordo come fosse ieri le mani un po’ tremanti per la
sensazione di entrare in un posto atteso, sognato, sperato, immaginato a lungo.
Al tempo muovevo i primi passi in una gavetta stupenda e terribile fatta di
lavoro full-time, 7 giorni su 7, senza tregue né garanzie.
Tante, tantissime le
scoperte, è vero che questo lavoro si impara macinando chilometri a caccia di
notizie ogni giorno e con giornate dietro la scrivania a fare macchina e cucina
(essendo stato a lungo esterno, dunque abituato a cucine barbare, ho sempre cercato di
essere rispettoso e delicato), e tante, tantissime le soddisfazioni, come la
firma in prima pagina per reportage, inchieste e interviste importanti. Non
pochi i lividi, perché la gavetta non prevede particolari tutele, contrattuali
e umane, per il giovane aspirante giornalista.
E la crisi feroce che attanaglia il settore rende le redazioni posti quasi inaccessibili, a volte cupi, dove i
giovani sono visti più come possibili minacce che come risorse. Se poi vengono
riconosciuti come risorse allora si trovano sulle spalle un carico extra di
lavoro, che sostanzialmente comprende i loro compiti più quelli dei colleghi
che hanno perso l’entusiasmo per la professione. E questa professione non
perdona: farla senza entusiasmo significa precipitare in un girone infernale.
Dorato, se si è fatto in tempo a firmare il contratto nazionale qualche anno
fa, ma pur sempre un girone infernale.