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lunedì 12 aprile 2021

Pensiero unico (2): Oriana Fallaci

(continua...) Ma cosa fa il popolo? Cosa fanno i cittadini, gli elettori del Ministro della Magia? Cosa fanno i lettori della Gazzetta del Profeta? Troppi credono alle bugie. Troppi contribuiscono a creare il terreno fertile sul quale sorgerà la nuova dittatura. Il popolo è innocente? 

La risposta si trova in un altro libro, la seconda guida di questo viaggio nel pensiero unico: “Un uomo”, di Oriana Fallaci

Acropoli Atene

sabato 6 febbraio 2021

Giornalismo e Giornata per la Vita

«Grande e grave è la responsabilità degli operatori dei mass media, chiamati ad adoperarsi perché i messaggi trasmessi con tanta efficacia contribuiscano alla cultura della vita. Devono allora presentare esempi alti e nobili di vita e dare spazio alle testimonianze positive e talvolta eroiche di amore all'uomo; proporre con grande rispetto i valori della sessualità e dell'amore, senza indugiare su ciò che deturpa e svilisce la dignità dell'uomo. 

Nella lettura della realtà, devono rifiutare di mettere in risalto quanto può insinuare o far crescere sentimenti o atteggiamenti di indifferenza, di disprezzo o di rifiuto nei confronti della vita. Nella scrupolosa fedeltà alla verità dei fatti, sono chiamati a coniugare insieme la libertà di informazione, il rispetto di ogni persona e un profondo senso di umanità», così scrive papa Giovanni Paolo II il 25 marzo del 1995 nella lettera enciclica “Evangelium Vitae”, un’enciclica che vale la pena rileggere in prossimità della 43° Giornata per la Vita

Lanterna nella notte

sabato 26 dicembre 2020

Severus Piton, un uomo

«Ma, alla fine, Severus Piton è buono o cattivo?». Così mi scrive un amico che sta seguendo la maratona Harry Potter su Canale 5 per la prima volta (a furia di insistere, prima o poi tutti cedono). È rimasto subito affascinato da questa figura che potremmo definire “smaccatamente antipatica eppure”. Perché c’è un “eppure” in Severus Piton, un “eppure” scritto nell’ultimo capitolo della saga, che cambia le carte in tavola. 

Solo leggendo tutti e sette i libri si può dare lineamenti meno nebbiosi alla personalità di Severus, un uomo che ha sofferto molto, un uomo non immune all’odio né al desiderio di vendetta, eppure capace di sublimare rancore e rabbia e delusione per un Bene superiore. 

Severus Piton sempre

domenica 26 aprile 2020

Resilienza in isolamento: #librinelverde

«L’amo con passione, la Vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la Vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta di un regalo molto complicato, molto faticoso. A volte, doloroso. E con la stessa passione odio la Morte. La odio più d’una persona da odiare, e verso chi ne ha il culto provo un profondo disprezzo». È l’estate 2004 quando Oriana Fallaci, da qualche parte in Toscana, scrive queste righe. È la primavera 2020 quando, nel bel mezzo dell’isolamento per il coronavirus, le sue parole tornano ad affollare i pensieri. 

Immagine di un libro di Oriana Fallaci in giardino per #librinelverde

giovedì 23 aprile 2020

I giornali gratis su Telegram

Il giornalismo affronta oggi la sua crisi più grande. Le vendite dei giornali sono in caduta libera dal 2008, anno nel quale è stato anche congelato il turnover nelle redazioni. A questa emorragia di copie cartacee si affiancano altre ferite: una crescita debolissima del digitale, una concorrenza feroce di Google e dei social network nella raccolta pubblicitaria, la diffusione illegale dei giornali in pdf su Telegram. 

Immagine di un espositore di giornali cartacei

martedì 10 settembre 2019

11 settembre: 18 anni dopo risuona la memoria di Oriana

Stavo guardando la Melevisione. Era un pomeriggio come tanti altri, con le avventure del Fantabosco a fare da pausa tra un compito e l’altro. Poi, all’improvviso, le immagini sono cambiate. Oggi non riesco a ricordare nemmeno se ci sia stata la sigla dell’edizione straordinaria, in quel caso del Tg3. Ricordo solo che all’improvviso comparvero sullo schermo due grandi ciminiere. Sì, la mia testa, di fronte all’inspiegabile, provò ad azzardare questa ipotesi. Una era accesa, una spenta. Un documentario? 

La verità la capii pochi istanti dopo, quando le telecamere inquadrarono la gente che fuggiva terrorizzata. Fuggiva da un orrore che superava qualsiasi immaginazione. L’America? New York? Passarono altri istanti ed ecco, un aereo di linea comparve. Cosa ci fa lì? Vira, vira, vira! E invece continuò il suo viaggio centrando la seconda torre. Ricordo la paura, ricordo la corsa verso il campanello dei vicini, le prime impressioni, la sensazione che il pericolo fosse vicino anche per noi, che eravamo dall’altra parte dell’oceano. Ricordo le preghiere a scuola il giorno dopo, ricordo i dibattiti che infiammarono l’opinione pubblica nei giorni successivi. 

Una foto delle Torri Gemelle prima dell'attentato dell'11 settembre 2001
Image by Gerd Altmann from Pixabay

In modo particolare il 29 settembre. Quando il 29 settembre del 2001 uscì in prima pagina a nove colonne “La rabbia e l’orgoglio”, il Corsera andò esaurito in tutte le edicole italiane già alle 10 del mattino. Il nome “Oriana Fallaci” faceva la differenza. Perché? Perché Oriana era una “ostinata guastafeste al servizio dei lettori”, come la ricorda Francesco Cevasco. Perché leggerla significa essere sbattuti contro il muro, costretti a fare i conti con la verità. E questo deve fare il giornalismo. Infastidirci, spaventarci, incoraggiarci, svegliarci. 

Oggi tanti credono che il giornalismo non serva più, che le notizie si possano trovare cercandole su Google. Ciò che non serve oggi è un giornalismo asservito al potere. Un giornalismo rassicurante, ideologizzato, comodo, superficiale, grossolano, prevedibile o provocatoriamente aggressivo. Un giornalismo che insulta i suoi lettori, definendoli ignoranti e inutili, un giornalismo che seduce i suoi lettori, fingendo rispetto per nascondere meglio l’inganno. 

Ma del giornalismo vero, capace di farsi sentinella di fronte al potere, qualsiasi potere, capace di vivere la storia, leggerne la verità tra le righe e raccontarla, ecco, di questo giornalismo abbiamo un disperato bisogno. Oggi che le decisioni non si prendono più solo nei vecchi palazzi del potere, servono voci oneste e coraggiose che ci dicano la verità.

Le Torri Gemelle tornano a segnare lo skyline della città grazie a un'illuminazione speciale
Image by Jesse Mills on Unsplash

venerdì 8 febbraio 2019

La verità ha bisogno anche di parole

«L’indomani ero partita per il Vietnam. C’era la guerra in Vietnam e se uno faceva il giornalista finiva prima o poi per andarci. Perché ce lo mandavano, o perché lo chiedeva. Io l’avevo chiesto. Per dare a me stessa la risposta che non sapevo dare a Elisabetta, la vita cos’è, per ricercare i giorni in cui avevo troppo presto imparato che i morti non rinascono a primavera».

È il 1968. A scrivere, da una camera dell’ultimo hotel ancora in piedi a Saigon, in Vietnam, è Oriana Fallaci. I suoi articoli di inviata, pubblicati sull’Europeo, arrivano in un’Italia scossa dalla contestazione e sono una pioggia di parole che, invece di placare i dibattiti, ne accende di nuovi. Cos’è che le rende capaci di scardinare le nostre rassicuranti certezze? Cos’è che ce le fa sembrare fastidiose, dolorose, difficili?

Serata di SoulFood4You a Canepanova, Pavia

In un’intervista del 1991 a TG1 Sette, mentre dalla Guerra del Golfo lamenta gli ostacoli che gli Stati coinvolti pongono ai giornalisti, Oriana spiega: «Forse ci sarebbe da vedere lo sbarco, ma non ci prenderanno. Probabilmente, se riusciremo a entrare nel Kuwait, ci entreremo quando avranno fatto pulizia. Nel Vietnam abbiamo raccontato troppo i morti, li abbiamo fatti vedere troppo, con le parole e con le immagini. E loro non vogliono che si vedano i morti».

Per chi sceglie di fare il giornalista il confronto con queste parole è in realtà uno scontro. Uno scontro quotidiano con un uragano di parole e di pressioni. Dalle storie più semplici da comprendere e da raccontare, i residenti di un quartiere che chiedono una corsa aggiuntiva all’autobus, alle storie più delicate, come le decine di lastre di amianto abbandonate, ancora oggi, all’ex area Necchi.

Giacomo Bertoni, giornalista, ospite di SooulFood4You

Ricordo il primo incontro con quella che sarebbe diventata poi la mia fonte principale sul tema, ricordo il plico di fogli che mi ha allungato sul tavolo, un vero e proprio dossier fatto di analisi, resoconti, dati e fotografie, ricordo le serate passate a studiare le carte per verificarne la veridicità. Ogni parola mi parlava, non solo scientificamente, non solo razionalmente, ma anche emotivamente. I numeri sull’inquinamento della falda acquifera non erano e non sono solo numeri, i numeri dei poliziotti che lavoravano lì a pochi metri e che sono morti per tumore negli ultimi anni non sono numeri.

Quando iniziano le interviste arriva uno tsunami di parole: le parole di paura di chi lavora lì, le parole di dolore di chi ha perso un caro e non sa trovare pace, le parole di allarme di alcuni esperti, le parole rassicuranti di altri esperti, le parole fredde della burocrazia e i tanti, troppi silenzi. Ma quando inizi a scrivere l’articolo le difficoltà non fanno un passo indietro. Perché il giornalista inizia a essere tirato per la giacchetta, a volte in realtà spintonato senza troppi riguardi: l’editore vuole un indirizzo, il caposervizio vuole un titolo, la fonte vuole una notizia, gli intervistati che hanno parlato vogliono spazio, gli intervistati che hanno taciuto vogliono poco rumore. E allora, quali parole usare?

sabato 27 ottobre 2018

Oriana Fallaci: "Poi, all'improvviso, la notte"

«L’indomani ero partita per il Vietnam. C’era la guerra in Vietnam e se uno faceva il giornalista finiva prima o poi per andarci. Perché ce lo mandavano, o perché lo chiedeva. Io l’avevo chiesto. Per dare a me stessa la risposta che non sapevo dare a Elisabetta, la vita cos’è, per ricercare i giorni in cui avevo troppo presto imparato che i morti non rinascono a primavera. 

Ed ora mi trovavo a Saigon e i miei occhi vagavan sorpresi senza vedere la guerra: dov’era la guerra? Nell’aeroporto di Than Son Nhut i caccia a reazione, gli elicotteri con le mitraglie pesanti, i rimorchi con le bombe al napalm si allineavano insieme ai soldati dall’aria triste. Ma questa non era ancora la guerra. Lungo la strada che porta in città si ammucchiavano sbarramenti di filo spinato, fortificazioni coi sacchi di sabbia, torrette da cui i soldati puntavan fucili. Ma questa non era ancora la guerra. In città passavano jeep coi militari armati, camion coi cannoncini spianati, convogli con le cassette di munizioni. Ma questa non era ancora la guerra. 

Cosa c’entra la guerra coi risciò che si tuffan leggeri, a pedalate, nel traffico, le venditrici di acqua che corrono a piccoli passi bilanciando la merce sui piatti a stadera sospesi a una canna di bambù, le minuscole donne dai lunghi vestiti e i capelli sciolti che dondolan dietro le spalle come veli neri, le biciclette, le motociclette, i bambini con le scatole di cera e le spazzole per pulirti le scarpe, i taxi luridi e svelti. 

Il libro di Oriana Fallaci sulla guerra in Vietnam

venerdì 30 marzo 2018

Oriana Fallaci e la libertà d'espressione

«Nei regimi assolutisti o dittatoriali, spiega Tocqueville, il dispotismo colpisce grossolanamente il corpo. Lo incatena, lo sevizia, lo sopprime con gli arresti e le torture, le prigioni e le Inquisizioni. Con le decapitazioni, le impiccagioni, le fucilazioni, le lapidazioni. E così facendo ignora l’anima che intatta può levarsi sulle carni martoriate, trasformare la vittima in eroe. Nei regimi inertemente democratici, al contrario, il dispotismo ignora il corpo e si accanisce sull’anima. Perché è l’anima che vuole incatenare, seviziare, sopprimere. Alla vittima, infatti, non dice: “O la pensi come me o muori”. Dice: “Scegli. Sei libero di non pensare o di pensarla come me. E se la penserai in maniera diversa da me, io non ti punirò con gli autodafé. Il tuo corpo non lo toccherò, i tuoi beni non li confischerò, i tuoi diritti politici non li lederò. Potrai addirittura votare. Ma non potrai essere votato perché io sosterrò che sei un essere impuro, un pazzo o un delinquente. Ti condannerò alla morte civile, ti renderò un fuorilegge, e la gente non ti ascolterà. Anzi, per non essere a loro volta puniti coloro che la pensano come te ti abbandoneranno”.

Poi aggiunge che nelle democrazie inanimate, nei regimi inertemente democratici, tutto si può dire fuorché la verità. Tutto si può esprimere, tutto si può diffondere, fuorché il pensiero che denuncia la verità. Perché la verità mette con le spalle al muro. Fa paura. I più cedono alla paura e, per paura, intorno al pensiero che denuncia la verità tracciano un cerchio invalicabile. Un’invisibile ma insormontabile barriera all’interno della quale si può soltanto tacere o unirsi al coro. Se lo scrittore scavalca quel cerchio, supera quella barriera, il castigo scatta alla velocità della luce. Peggio: a farlo scattare sono proprio coloro che in segreto la pensano come lui ma che per prudenza si guardano bene dal contestare chi lo anatemizza e lo scomunica. Infatti per un po’ tergiversano, danno un colpo al cerchio ed uno alla botte. Poi tacciono e terrorizzati dal rischio che anche quell’ambiguità comporta s’allontanano in punta di piedi, abbandonano il reo alla sua sorte. (…)

Il libro di Oriana Fallaci con La rabbia e l'orgoglio e La forza della ragione

martedì 25 luglio 2017

Difesa della vita: la grande lezione di Oriana Fallaci

Il 31 marzo del 2005 Terri Schindler moriva di fame e di sete dopo una terribile agonia lunga 15 giorni. Pochi giorni dopo Oriana Fallaci rompeva il suo silenzio concedendo una storica intervista a “Il Foglio” e rileggendo la vicenda di Terri. 

Oriana scardina, con precisione quasi maniacale, le bugie del politicamente corretto. Oriana denuncia, con forza inarrestabile, il crimine che si è compiuto sulla giovane donna. Oriana mette in guardia, con uno sguardo tremendamente profetico, dalla crescita di una nuova cultura della Morte.

La memorabile intervista, realizzata da Christian Rocca, uscì sul Foglio il 13 aprile 2005, con il titolo “Barbablù e il Mondo Nuovo”. Di seguito, alcuni estratti.


«[…] Io non sono capace di guardare certe cose con distacco, indifferenza, freddezza. Ma poche volte ho sofferto quanto per questa donna innocente, uccisa dall’ottusità della Legge e dalla crudeltà di un Barbablù. Nonostante la mancanza di sangue, di manifesta brutalità, v’è qualcosa di particolarmente mostruoso nella morte di Terri Schindler.
  
Intende dire Terri Schiavo… Io non dico mai Terri Schiavo. Mi sembra una beffa, una crudeltà supplementare, chiamarla col cognome di suo marito. Era nata come Theresa Marie Schindler, povera Terri. E se la sapessero tutta, penso che anche gli italiani direbbero Terri Schindler e non Terri Schiavo. Uso le parole "se-la-sapessero-tutta" perché ho l’impressione che in Italia anzi in Europa la gente non sia stata bene informata. Che sia i giornali sia le televisioni abbiano sottolineato la sensazionalità della faccenda, non i suoi retroscena. Io invece l’ho seguita giorno per giorno ed ora per ora, qui in America, e l’effetto è stato così disastroso che non credo più alla Legge. [] Se mi sbaglio, se la Legge significa davvero Giustizia, Equità, Imparzialità, me lo si dimostri incriminando i magistrati che per ben dodici volte si sono accaniti su quella creatura colpevole soltanto d’essere una malata inguaribile. In testa a loro, quel George Greer che per primo accolse l’istanza di Barbablù e ordinò di staccare la spina cioè di togliere a Terri il feeding-support: il tubo nutritivo. Dopo George Greer, i trentanove becchini che travestiti da magistrati confermarono il suo verdetto. Tra di loro i buoni Samaritani della Corte d’Appello di Atlanta che il 30 marzo rifiutaron d’accogliere l’estrema supplica di Bob e Mary Schindler, ancora illusi che la Legge significasse Giustizia eccetera. []

Sta dicendo che lo stato-vegetativo di Terri non era irreversibile? Non lo dico io. Lo dicono i neurologi che contestano e per anni contestarono la diagnosi dei vari Cranford. [] Lo stato-vegetativo si distingue dal coma in modo molto preciso. Il coma è un sonno continuo. Lo stato-vegetativo è un alternarsi di sonno e di veglia durante la quale il malato vede, capisce, reagisce agli stimoli. Per esempio, alle persone che gli stanno vicino. E questo era il caso di Terri. "A vederci si illuminava come un albero di Natale" hanno detto più volte i suoi genitori. E la prova che non mentivano ci è fornita dal video trasmesso da tutte le televisioni del mondo. Quello nel quale sua madre si china a baciarla e Terri si illumina veramente come un albero di Natale. I suoi occhi si spalancano, brillano di gioia. La sua bocca si apre in un sorriso beato, e attraverso quel sorriso beato sembra dire: "Grazie d’esser venuta, mamma". C’è di più. A un certo punto, la madre le mostra un palloncino coi personaggi di Walt Disney. E Terri lo osserva incuriosita, divertita. Il padre le pone domande e Terri risponde rantolando sì o no. "Yeaaah! Naaah!". Lo pronuncia davvero male, quel sì e quel no. Però si tratta proprio di un sì e di un no. Chiunque abbia visto e udito quel video può testimoniarlo, e a dirlo sono anche le infermiere che la curavano. 

Due di loro raccontano addirittura che, a veder Barbablù, Terri si comportava in modo completamente diverso da quello in cui si comportava coi genitori. Chiudeva gli occhi oppure distoglieva lo sguardo, assumeva un’espressione ostile, taceva ostinatamente, e altro che stato-irreversibile! Quella era una donna che capiva. Che pensava, che ragionava. Io sono certa che la sua lunga agonia, la sua interminabile esecuzione effettuata attraverso la fame e la sete, Terri l’abbia vissuta consapevolmente. Quanto a quel tipo di esecuzione, alla fame e alla sete che sopravvengono quando si rimuove il tubo nutritivo, dico: gli spartani che eliminavano i bambini deformi gettandoli dalla Rupe del Taigeto erano più civili di noi. Perché a cadere dalla Rupe del Taigeto i bambini morivan sul colpo. Terri, invece, a morire ci ha messo ben quattordici giorni.

martedì 19 aprile 2016

A voi la strada, a me Oriana

A Cremona la Commissione del Comune ha bocciato la proposta di intitolare una strada a Oriana Fallaci perché si tratta di “una figura che divide”. Rosita Viola (Sel), l’assessore ai Servizi demografici che quel giorno rappresentava l’amministrazione in Commissione, ha spiegato al Corriere della Sera che “stiamo parlando di un nome che ha fatto discutere”. 

Oriana Fallaci in America

martedì 29 dicembre 2015

"Pasolini un uomo scomodo", di Oriana Fallaci

Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale, e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce.” (Oriana Fallaci) 

Ci sono incontri che segnano la storia. Uno di questi è senza dubbio quello fra Oriana Fallaci e Pier Paolo Pasolini. Così diversi, eppure così vicini. Uniti da un grande amore per la ricerca della verità, simili nel disprezzo dell’ipocrisia che animava e anima la nostra società. 

Il libro di Oriana Fallaci su Pier Paolo Pasolini, edizioni Rizzoli

Oggi più che mai è affascinante leggere “Pasolini un uomo scomodo”, perché all’ipocrisia piccolo borghese si sta sostituendo il pensiero unico, i cui germi erano già stati individuati da Fallaci e da Pasolini. Un pensiero unico che invade dolcemente televisione, giornali, libri, scuole, politica. La verità viene truccata e resa orribile, offensiva, fuori moda. E chi osa più pronunciarla?

Pur nella diversità di vedute, Oriana e Pier Paolo avevano il dono di vedere oltre la realtà, come solo gli artisti e gli intellettuali veri sanno fare. Forse è un dono, sicuramente è uno strumento che va educato durante la vita, ed è un percorso doloroso. Fallaci e Pasolini, ciascuno nella sua storia personale, hanno saputo combattere tutta la vita per vedere oltre, per leggere tra le righe della quotidianità i piccoli dettagli nascosti, per anticipare la scoperta della verità, per pungere le coscienze intorpidite. Come tutti i grandi artisti, giornalisti, intellettuali, è impossibile etichettare Fallaci e Pasolini. Non si può dire “è di sinistra”, “è anti…”, “è radical-chic”… O meglio, c’è chi con miopia non sempre inconsapevole ci prova, ma il risultato è distorto. 

La verità non è politicamente corretta, la verità non è vicina al potere, la verità è spesso nascosta da poteri e trame occulte. Oggi più che mai abbiamo bisogno di intellettuali liberi, coraggiosi, di artisti capaci di tornare a dettare le mode, e non a subirle fingendosene gli inventori. “Pasolini un uomo scomodo”, Oriana Fallaci, Rizzoli. Da leggere e regalare. Da diffondere. 

Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch’io? Forse, ma sei stato tu ad insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso”. (“Lettera a Pier Paolo”, Oriana Fallaci, “Europeo”, 14 novembre 1975)