Il giornalismo oggi è come Venezia. Una realtà bellissima
ma ferita, trasformata eppure ancora confusa, un grande passato dal futuro
incerto. L’emergenza Covid-19 sembra aver dato il colpo di grazia a un sistema
che già arrancava dietro alla rivoluzione digitale: durante l’isolamento ci
sono testate che hanno registrato un -60% di copie cartacee vendute. Boom di
clic sui siti, ma quasi ferma la crescita degli abbonamenti digitali, unica
vera alternativa sostenibile alle copie cartacee.
Blog di Giacomo Bertoni, giornalista e scrittore. Già la Provincia Pavese, Ossigeno per l'informazione, il Ticino, Radio Mater, iFamNews. Qui si parla di giornalismo, giovani, vita, libri, Chiesa e futuro.
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mercoledì 1 luglio 2020
Giornalismo: lo salvi chi può
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domenica 22 marzo 2020
Coronavirus e fake news: le notizie non si trovano su WhatsApp
“Non prendete per nessun motivo antinfiammatori!” “Comprate
subito integratori di vitamina C, tipo il Cebion!” “Domani chiudono tutti i
supermercati!” “Guardate le immagini del rosario volante!” Non accenna ad
esaurirsi la catena di fake news che in queste settimane intasa WhatsApp.
Notizie assolutamente prive di qualsiasi fondamento, che nonostante questo corrono veloci e ottengono nel giro di poche ore migliaia di condivisioni. Sono verosimili, partono da paure e speranze rese più forti dall’emergenza, e riescono a diventare vere a furia di essere ripetute. Solo quella sugli integratori di vitamina C personalmente l’ho ricevuta 8 volte, tra gruppi e contatti privati.
Notizie assolutamente prive di qualsiasi fondamento, che nonostante questo corrono veloci e ottengono nel giro di poche ore migliaia di condivisioni. Sono verosimili, partono da paure e speranze rese più forti dall’emergenza, e riescono a diventare vere a furia di essere ripetute. Solo quella sugli integratori di vitamina C personalmente l’ho ricevuta 8 volte, tra gruppi e contatti privati.
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venerdì 28 febbraio 2020
Coronavirus, tra economia e umanità
Quindi, per riassumere, la nuova linea editoriale è “il
virus è stato creato nei laboratori italiani e gli italiani lo stanno
diffondendo nel mondo”? Improvvisamente la comunicazione è cambiata: il
coronavirus non è altro che una banale influenza. La reazione è stata
eccessiva. Bisogna ripartire subito. È ricomparso anche lo spread, cresciuto in
questi giorni di emergenza di 40 punti base. E in effetti, solo nel lodigiano
sono al momento sospese le attività di 3.400 aziende, che danno lavoro a oltre
14.000 dipendenti. Le piccole e medie imprese e le tantissime partite iva della
zona devono avere risposte e aiuti, ne va della forza economica del Paese.
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venerdì 15 novembre 2019
Esuberi alla Provincia Pavese: non numeri ma persone
Morena, Monica, Elena, Roberta, Gianpiero, Giulio, Monia.
I loro nomi mi sono esplosi nella testa appena ho saputo la decisione di GEDI
di tagliare 121 poligrafici nelle 15 testate del gruppo, 7 di questi a Pavia,
alla Provincia Pavese. Perché dietro a questo numero, 7, dietro a questa
parola, poligrafici, parola forse misteriosa per i non addetti ai lavori, ci
sono volti, voci, sorrisi, lavoro.
Sono i poligrafici che ti accolgono quando entri nella redazione di viale Canton Ticino, sono loro che rispondono al telefono, al 434511, sono le loro voci che danno risposta alle domande dei lettori, che li rassicurano, che li consigliano. I poligrafici sono il primo contatto con la città, sono l’anello di congiunzione fra i lettori e i giornalisti. Loro raccolgono le segnalazioni, fanno le prime verifiche, a volte rassicurano i lettori che si trovano a raccontare una brutta esperienza vissuta. Sono i poligrafici che aiutano a disegnare il giornale, che gli danno forma e colore.
Sono i poligrafici che ti accolgono quando entri nella redazione di viale Canton Ticino, sono loro che rispondono al telefono, al 434511, sono le loro voci che danno risposta alle domande dei lettori, che li rassicurano, che li consigliano. I poligrafici sono il primo contatto con la città, sono l’anello di congiunzione fra i lettori e i giornalisti. Loro raccolgono le segnalazioni, fanno le prime verifiche, a volte rassicurano i lettori che si trovano a raccontare una brutta esperienza vissuta. Sono i poligrafici che aiutano a disegnare il giornale, che gli danno forma e colore.
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venerdì 8 febbraio 2019
La verità ha bisogno anche di parole
«L’indomani ero partita per il Vietnam. C’era la guerra
in Vietnam e se uno faceva il giornalista finiva prima o poi per andarci.
Perché ce lo mandavano, o perché lo chiedeva. Io l’avevo chiesto. Per dare a me
stessa la risposta che non sapevo dare a Elisabetta, la vita cos’è, per
ricercare i giorni in cui avevo troppo presto imparato che i morti non
rinascono a primavera».
È il 1968. A scrivere, da una camera dell’ultimo hotel ancora in piedi a Saigon, in Vietnam, è Oriana Fallaci. I suoi articoli di inviata, pubblicati sull’Europeo, arrivano in un’Italia scossa dalla contestazione e sono una pioggia di parole che, invece di placare i dibattiti, ne accende di nuovi. Cos’è che le rende capaci di scardinare le nostre rassicuranti certezze? Cos’è che ce le fa sembrare fastidiose, dolorose, difficili?
È il 1968. A scrivere, da una camera dell’ultimo hotel ancora in piedi a Saigon, in Vietnam, è Oriana Fallaci. I suoi articoli di inviata, pubblicati sull’Europeo, arrivano in un’Italia scossa dalla contestazione e sono una pioggia di parole che, invece di placare i dibattiti, ne accende di nuovi. Cos’è che le rende capaci di scardinare le nostre rassicuranti certezze? Cos’è che ce le fa sembrare fastidiose, dolorose, difficili?
In un’intervista
del 1991 a TG1 Sette, mentre dalla Guerra del Golfo lamenta gli ostacoli che
gli Stati coinvolti pongono ai giornalisti, Oriana spiega: «Forse ci sarebbe da
vedere lo sbarco, ma non ci prenderanno. Probabilmente, se riusciremo a entrare
nel Kuwait, ci entreremo quando avranno fatto pulizia. Nel Vietnam abbiamo
raccontato troppo i morti, li abbiamo fatti vedere troppo, con le parole e con
le immagini. E loro non vogliono che si vedano i morti».
Per chi sceglie di fare il giornalista il confronto con queste parole è in realtà uno scontro. Uno scontro quotidiano con un uragano di parole e di pressioni. Dalle storie più semplici da comprendere e da raccontare, i residenti di un quartiere che chiedono una corsa aggiuntiva all’autobus, alle storie più delicate, come le decine di lastre di amianto abbandonate, ancora oggi, all’ex area Necchi.
Per chi sceglie di fare il giornalista il confronto con queste parole è in realtà uno scontro. Uno scontro quotidiano con un uragano di parole e di pressioni. Dalle storie più semplici da comprendere e da raccontare, i residenti di un quartiere che chiedono una corsa aggiuntiva all’autobus, alle storie più delicate, come le decine di lastre di amianto abbandonate, ancora oggi, all’ex area Necchi.
Ricordo il primo incontro con quella che sarebbe diventata poi la mia fonte
principale sul tema, ricordo il plico di fogli che mi ha allungato sul tavolo,
un vero e proprio dossier fatto di analisi, resoconti, dati e fotografie,
ricordo le serate passate a studiare le carte per verificarne la veridicità.
Ogni parola mi parlava, non solo scientificamente, non solo razionalmente, ma
anche emotivamente. I numeri sull’inquinamento della falda acquifera non erano
e non sono solo numeri, i numeri dei poliziotti che lavoravano lì a pochi metri
e che sono morti per tumore negli ultimi anni non sono numeri.
Quando iniziano le interviste arriva uno tsunami di parole: le parole di paura di chi lavora lì, le parole di dolore di chi ha perso un caro e non sa trovare pace, le parole di allarme di alcuni esperti, le parole rassicuranti di altri esperti, le parole fredde della burocrazia e i tanti, troppi silenzi. Ma quando inizi a scrivere l’articolo le difficoltà non fanno un passo indietro. Perché il giornalista inizia a essere tirato per la giacchetta, a volte in realtà spintonato senza troppi riguardi: l’editore vuole un indirizzo, il caposervizio vuole un titolo, la fonte vuole una notizia, gli intervistati che hanno parlato vogliono spazio, gli intervistati che hanno taciuto vogliono poco rumore. E allora, quali parole usare?
Quando iniziano le interviste arriva uno tsunami di parole: le parole di paura di chi lavora lì, le parole di dolore di chi ha perso un caro e non sa trovare pace, le parole di allarme di alcuni esperti, le parole rassicuranti di altri esperti, le parole fredde della burocrazia e i tanti, troppi silenzi. Ma quando inizi a scrivere l’articolo le difficoltà non fanno un passo indietro. Perché il giornalista inizia a essere tirato per la giacchetta, a volte in realtà spintonato senza troppi riguardi: l’editore vuole un indirizzo, il caposervizio vuole un titolo, la fonte vuole una notizia, gli intervistati che hanno parlato vogliono spazio, gli intervistati che hanno taciuto vogliono poco rumore. E allora, quali parole usare?
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mercoledì 21 giugno 2017
Cos'è il giornalismo?
Cos’è il giornalismo? L’occasione per riflettere su
questa domanda, per nulla scontata, è data dalla sospensione del giornalista
Filippo Facci. E una risposta viene da Enrico Mentana, che riguardo la vicenda
scrive: «Mi
sono purtroppo reso conto, in seguito ai commenti a un post recente, che c'è
gente che concepisce il ruolo del giornalista alla stregua di un altoparlante
della stazione: annunci, notizie, nessuna opinione. E anzi con zelo aggressivo
mi richiama all'ordine: fai il giornalista, non l'opinionista (avendo
probabilmente presente solo il ruolo omonimo degli ospiti dei reality o dei
talent). Questo significa alcune cose spiacevoli: che costoro non hanno mai
letto un giornale, che non hanno mai visto un programma giornalistico in tv,
che non hanno mai letto questa pagina Facebook. Credono, non informandosi, che
l'informazione sia quelle due-tre righe che scorrono sui siti.
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