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mercoledì 1 luglio 2020

Giornalismo: lo salvi chi può

Il giornalismo oggi è come Venezia. Una realtà bellissima ma ferita, trasformata eppure ancora confusa, un grande passato dal futuro incerto. L’emergenza Covid-19 sembra aver dato il colpo di grazia a un sistema che già arrancava dietro alla rivoluzione digitale: durante l’isolamento ci sono testate che hanno registrato un -60% di copie cartacee vendute. Boom di clic sui siti, ma quasi ferma la crescita degli abbonamenti digitali, unica vera alternativa sostenibile alle copie cartacee. 

Un giornale brucia a simboleggiare la crisi della carta stampata e della libertà

domenica 22 marzo 2020

Coronavirus e fake news: le notizie non si trovano su WhatsApp

Non prendete per nessun motivo antinfiammatori!” “Comprate subito integratori di vitamina C, tipo il Cebion!” “Domani chiudono tutti i supermercati!” “Guardate le immagini del rosario volante!” Non accenna ad esaurirsi la catena di fake news che in queste settimane intasa WhatsApp.

Notizie assolutamente prive di qualsiasi fondamento, che nonostante questo corrono veloci e ottengono nel giro di poche ore migliaia di condivisioni. Sono verosimili, partono da paure e speranze rese più forti dall’emergenza, e riescono a diventare vere a furia di essere ripetute. Solo quella sugli integratori di vitamina C personalmente l’ho ricevuta 8 volte, tra gruppi e contatti privati. 

Immagine di un vagone pieno di persone che leggono giornali di carta

venerdì 28 febbraio 2020

Coronavirus, tra economia e umanità

Quindi, per riassumere, la nuova linea editoriale è “il virus è stato creato nei laboratori italiani e gli italiani lo stanno diffondendo nel mondo”? Improvvisamente la comunicazione è cambiata: il coronavirus non è altro che una banale influenza. La reazione è stata eccessiva. Bisogna ripartire subito. È ricomparso anche lo spread, cresciuto in questi giorni di emergenza di 40 punti base. E in effetti, solo nel lodigiano sono al momento sospese le attività di 3.400 aziende, che danno lavoro a oltre 14.000 dipendenti. Le piccole e medie imprese e le tantissime partite iva della zona devono avere risposte e aiuti, ne va della forza economica del Paese. 

Immagine di una scienziata che osserva alcuni vetrini in laboratorio

venerdì 15 novembre 2019

Esuberi alla Provincia Pavese: non numeri ma persone

Morena, Monica, Elena, Roberta, Gianpiero, Giulio, Monia. I loro nomi mi sono esplosi nella testa appena ho saputo la decisione di GEDI di tagliare 121 poligrafici nelle 15 testate del gruppo, 7 di questi a Pavia, alla Provincia Pavese. Perché dietro a questo numero, 7, dietro a questa parola, poligrafici, parola forse misteriosa per i non addetti ai lavori, ci sono volti, voci, sorrisi, lavoro.

Sono i poligrafici che ti accolgono quando entri nella redazione di viale Canton Ticino, sono loro che rispondono al telefono, al 434511, sono le loro voci che danno risposta alle domande dei lettori, che li rassicurano, che li consigliano. I poligrafici sono il primo contatto con la città, sono l’anello di congiunzione fra i lettori e i giornalisti. Loro raccolgono le segnalazioni, fanno le prime verifiche, a volte rassicurano i lettori che si trovano a raccontare una brutta esperienza vissuta. Sono i poligrafici che aiutano a disegnare il giornale, che gli danno forma e colore. 

La sede della Provincia Pavese illuminata, foto di Andrea Zanin per Il parco di Giacomo

venerdì 8 febbraio 2019

La verità ha bisogno anche di parole

«L’indomani ero partita per il Vietnam. C’era la guerra in Vietnam e se uno faceva il giornalista finiva prima o poi per andarci. Perché ce lo mandavano, o perché lo chiedeva. Io l’avevo chiesto. Per dare a me stessa la risposta che non sapevo dare a Elisabetta, la vita cos’è, per ricercare i giorni in cui avevo troppo presto imparato che i morti non rinascono a primavera».

È il 1968. A scrivere, da una camera dell’ultimo hotel ancora in piedi a Saigon, in Vietnam, è Oriana Fallaci. I suoi articoli di inviata, pubblicati sull’Europeo, arrivano in un’Italia scossa dalla contestazione e sono una pioggia di parole che, invece di placare i dibattiti, ne accende di nuovi. Cos’è che le rende capaci di scardinare le nostre rassicuranti certezze? Cos’è che ce le fa sembrare fastidiose, dolorose, difficili?

Serata di SoulFood4You a Canepanova, Pavia

In un’intervista del 1991 a TG1 Sette, mentre dalla Guerra del Golfo lamenta gli ostacoli che gli Stati coinvolti pongono ai giornalisti, Oriana spiega: «Forse ci sarebbe da vedere lo sbarco, ma non ci prenderanno. Probabilmente, se riusciremo a entrare nel Kuwait, ci entreremo quando avranno fatto pulizia. Nel Vietnam abbiamo raccontato troppo i morti, li abbiamo fatti vedere troppo, con le parole e con le immagini. E loro non vogliono che si vedano i morti».

Per chi sceglie di fare il giornalista il confronto con queste parole è in realtà uno scontro. Uno scontro quotidiano con un uragano di parole e di pressioni. Dalle storie più semplici da comprendere e da raccontare, i residenti di un quartiere che chiedono una corsa aggiuntiva all’autobus, alle storie più delicate, come le decine di lastre di amianto abbandonate, ancora oggi, all’ex area Necchi.

Giacomo Bertoni, giornalista, ospite di SooulFood4You

Ricordo il primo incontro con quella che sarebbe diventata poi la mia fonte principale sul tema, ricordo il plico di fogli che mi ha allungato sul tavolo, un vero e proprio dossier fatto di analisi, resoconti, dati e fotografie, ricordo le serate passate a studiare le carte per verificarne la veridicità. Ogni parola mi parlava, non solo scientificamente, non solo razionalmente, ma anche emotivamente. I numeri sull’inquinamento della falda acquifera non erano e non sono solo numeri, i numeri dei poliziotti che lavoravano lì a pochi metri e che sono morti per tumore negli ultimi anni non sono numeri.

Quando iniziano le interviste arriva uno tsunami di parole: le parole di paura di chi lavora lì, le parole di dolore di chi ha perso un caro e non sa trovare pace, le parole di allarme di alcuni esperti, le parole rassicuranti di altri esperti, le parole fredde della burocrazia e i tanti, troppi silenzi. Ma quando inizi a scrivere l’articolo le difficoltà non fanno un passo indietro. Perché il giornalista inizia a essere tirato per la giacchetta, a volte in realtà spintonato senza troppi riguardi: l’editore vuole un indirizzo, il caposervizio vuole un titolo, la fonte vuole una notizia, gli intervistati che hanno parlato vogliono spazio, gli intervistati che hanno taciuto vogliono poco rumore. E allora, quali parole usare?

mercoledì 21 giugno 2017

Cos'è il giornalismo?

Cos’è il giornalismo? L’occasione per riflettere su questa domanda, per nulla scontata, è data dalla sospensione del giornalista Filippo Facci. E una risposta viene da Enrico Mentana, che riguardo la vicenda scrive: «Mi sono purtroppo reso conto, in seguito ai commenti a un post recente, che c'è gente che concepisce il ruolo del giornalista alla stregua di un altoparlante della stazione: annunci, notizie, nessuna opinione. E anzi con zelo aggressivo mi richiama all'ordine: fai il giornalista, non l'opinionista (avendo probabilmente presente solo il ruolo omonimo degli ospiti dei reality o dei talent). Questo significa alcune cose spiacevoli: che costoro non hanno mai letto un giornale, che non hanno mai visto un programma giornalistico in tv, che non hanno mai letto questa pagina Facebook. Credono, non informandosi, che l'informazione sia quelle due-tre righe che scorrono sui siti.