“Se tu sei vicino a me, sognando insieme a te, la vita è
tutta rosa…” È quasi l’ora di cena, dallo stereo arriva la voce maestosa di
Milva. L’omaggio a Edith Piaf è solo uno dei tanti regali che la Rossa ha fatto
al suo pubblico, pubblico che ha preso per mano e accompagnato per
cinquant’anni su strade artistiche sempre nuove e imprevedibili. Da Don Backy a
Piazzolla, da Berio a Battiato, da Brecht a Vangelis, da Theodorakis a Faletti,
da Morricone a Jannacci. Milva ha sempre voluto provare meraviglia e cantarla,
come quando nel 2004 ha dato nuova vita ad alcune poesie di Alda Merini con il
disco “Milva canta Merini”.

L’arte è, l’arte deve essere una questione di
meraviglia. Un incontro tra sensibilità e verità. Tra la verità, che non è
sempre riconoscibile tra le pieghe del quotidiano, e la sensibilità
dell’artista, che riesce a scorgerla e a renderla fruibile a tutti. Lo ha fatto
egregiamente Milva con “La Variante di Luneburg”, fabula in musica con la quale
ha chiuso la sua straordinaria carriera domenica 1 aprile 2012, al teatro Arena
del Sole di Bologna. La malattia cercava di avere il sopravvento, ma l’urgenza
di cantare ancora una volta le atrocità dell’Olocausto ha vinto i limiti del
fisico. Impossibile dimenticare gli applausi scroscianti che hanno interrotto
(ebbene sì) l’opera più volte. Milva sentiva che era la sua ultima esibizione,
noi avvertivamo la stessa cosa. “Anime bianche nel cielo non vi scordate, per
quanto sia il male, non vi scordate”: non c’era solo amore per il pubblico e
per il teatro, c’era necessità di cantare. Coscienza e consapevolezza di poter
trasmettere un messaggio di senso, regalando pensieri in un’epoca che vuole
cancellare ogni forma di pensiero libero.
