Si moltiplicano gli appelli a restare a casa, mentre oggi
si tocca il numero più alto di morti in Italia: 627 in un solo giorno. Quante
di queste 627 vite si sono spente in solitudine a causa dell’isolamento? Molte
di queste persone non hanno neanche potuto sentire un’ultima volta la voce dei
loro familiari più cari. È proprio a loro, come a tutti i medici che rischiano ogni giorno la vita, che noi dobbiamo i nostri sacrifici, la nostra
autolimitazione. Prima del decreto, prima di nuove misure ancora più stringenti,
che potrebbero arrivare, lo sforzo deve partire da noi. Limitando le uscite
alla spesa e alla farmacia noi possiamo concretamente limitare le possibilità
di contagio. Tutti possiamo fare qualcosa, tutti possiamo rallentare il
coronavirus. Restando a casa. E proprio per questo desidero rilanciare
l’accorato appello fatto da don Luca Roveda, sacerdote della diocesi di Pavia,
ai fedeli delle sue comunità. Di fronte alla morte ci sentiamo ancora più
fragili, ma non siamo soli. E oggi più che mai siamo chiamati a sperimentare la
comunione dei santi. La Chiesa c’è.
Blog di Giacomo Bertoni, giornalista e scrittore. Già la Provincia Pavese, Ossigeno per l'informazione, il Ticino, Radio Mater, iFamNews. Qui si parla di giornalismo, giovani, vita, libri, Chiesa e futuro.
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venerdì 20 marzo 2020
giovedì 31 ottobre 2019
2 novembre: quando l'assenza si fa presenza
L’assenza è un macigno. Quando muore una persona cara si
crea un piccolo strappo nel cuore, mentre sul petto si appoggia un grande peso,
spesso superiore alle nostre forze. A volte, proprio insostenibile. Siamo
schiacciati dalla perdita e a nulla servono le frasi “vedrai, col tempo…”. No,
il tempo non cura nulla, il tempo anestetizza i sintomi, ma lo strappo nel
cuore rimane aperto, vivo.
Da quella ferita è possibile vedere il ribollire della nostra coscienza, strapazzata dai rimorsi e dai rimpianti. Per quel giorno che non sono stato abbastanza presente, per quella sera che mi è scappata una parola cattiva che non pensavo, per tutto quello che avrei potuto fare e non ho fatto. Non ho fatto in tempo, perché il tempo all’improvviso ha iniziato a correre, molto più veloce del solito, e “sorella morte” ti ha portato via. Non sono riuscito a vederla, non sono riuscito a fermarla, non ho potuto tenerla fuori dalla tua stanza. Non sono arrivato in tempo.
È con questo carico di pensieri che si passa davanti al cimitero, e spesso è proprio questo carico di pensieri che blocca, che ci impedisce di entrarvi.
Da quella ferita è possibile vedere il ribollire della nostra coscienza, strapazzata dai rimorsi e dai rimpianti. Per quel giorno che non sono stato abbastanza presente, per quella sera che mi è scappata una parola cattiva che non pensavo, per tutto quello che avrei potuto fare e non ho fatto. Non ho fatto in tempo, perché il tempo all’improvviso ha iniziato a correre, molto più veloce del solito, e “sorella morte” ti ha portato via. Non sono riuscito a vederla, non sono riuscito a fermarla, non ho potuto tenerla fuori dalla tua stanza. Non sono arrivato in tempo.
È con questo carico di pensieri che si passa davanti al cimitero, e spesso è proprio questo carico di pensieri che blocca, che ci impedisce di entrarvi.
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