venerdì 20 novembre 2020

Facebook in zona rossa

Non è facile decidere di abbandonare Facebook per chi fa il giornalista. Non è facile perché oggi dai social arriva una percentuale imponente di traffico, dunque di visibilità, dunque di pubblicità e abbonamenti e donazioni. Arriva cioè una buona fetta dei ricavi, diretti e indiretti, che consentono a un giornale o a un blog di guadagnare, soprattutto se parliamo di prodotti esclusivamente digitali, nati senza versione cartacea. 

Eppure, dopo circa otto anni dall'iscrizione, posso dire con serenità che il clima che si respira sulla piattaforma di Mark Zuckerberg non fa più per me. 

Social e news online

Ciò non significa che non ci siano stati incontri virtuali importanti, non nascondo che grazie a questa piattaforma ho potuto far arrivare alcuni miei articoli dove non sarebbero mai arrivati da soli. Facebook ha consentito di colmare distanze geografiche immense, facendo arrivare pezzi fino a Cracovia, a Bruxelles, a Parigi e a Londra (per citare solo quattro casi che ho potuto toccare con mano). Ma la comodità, la gratuità e la velocità di fruizione dei testi hanno influito anche sulla capacità di comprensione degli stessi. 

Di fronte a un link la prima cosa da fare è commentare, attaccare chi ha scritto l’articolo o chi ha commentato prima, poi passare oltre, segnalare o rubare il contenuto proposto con un sempreverde copia e incolla. Tutto insomma, fuorché leggere. 

Gli ultimi attacchi ricevuti in questi giorni per il mio articolo su Radio Maria sono stati la fotografia più chiara del fenomeno: come già avvenuto per articoli di cronaca locale, di esteri, di Chiesa, di bianca, di cinema e di musica, l’importante è aggredire. Non importa che tu sia lì per lavoro, che tu abbia speso giorni in ricerche e interviste, che tu segua da anni quel tema, che tu abbia pubblicato un articolo di 9mila battute, documentato e argomentato. 

Il compito di un giornalista è cercare la verità e raccontarla, e un giornalista deve essere pronto a rispondere ai dubbi dei suoi lettori; un impegno al quale mi dedico sempre con entusiasmo e pazienza. Ma quando le notifiche diventano una valanga, una vera valanga di attacchi gratuiti e gridati, tra l’altro in pieno orario d’ufficio (ma che lavoro fanno queste persone?), non ha più senso usare la logica né cercare il dialogo. Così oggi, dopo una lunga riflessione, ho deciso di lasciarmi ispirare dal collega Giorgio Levi e dal Giornale di Brescia

Il 26 ottobre sul proprio blog, Il Times, Levi ha scritto: «La pandemia ha avvolto i social in una nebbia spessa dentro la quale si scatenano gli istinti più bassi alimentando violenze verbali, discussioni, polemiche. Il concetto base dei social è l'”Io”. Io sono io e tu sei nessuno, io urlo e tu stai zitto, io ho idee diverse dalle tue, che comunque sono sbagliate e questo è il fondamento». Pertanto: «Per quanto mi riguarda scendo da questo treno, che non rispecchia più quello che io considero fondante per la comunicazione. Torno al blog, la prima forma di comunicazione sociale in rete, come già stanno facendo altri». 

Ancora più radicale la decisione del Giornale di Brescia, che ha deciso di mettere in lockdown la propria pagina Facebook: «Scendiamo da questa giostra, usciamo da questa piazza malsana che ci fa diventare quello che non siamo, che non siamo mai stati e che non vogliamo diventare – scrive la redazione in un lungo articolo (da leggere) –, ovvero la piattaforma di lancio di chi sfrutta questo tipo di dinamiche alimentando scontri e tensioni, oltre che una vera e propria campagna di disinformazione spacciata per sedicente controinformazione». 

Approva la scelta Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia: «Qualcuno prima o poi doveva farlo, il passo: ottima decisione, Giornale di Bresciaha detto a Prima Comunicazione –. La scelta di chiamarsi fuori dall’Agorà social della Rete, il luogo più sorvegliato e meno regolato della modernità, dove vince sempre il più forte e spregiudicato, dev’essere di esempio per tutti, in primis per editori e giornalisti». 

Cosa succede? Nulla di drammatico. La pagina Facebook “Il parco di Giacomo” resta attiva, ma d’ora in avanti sarà utilizzata solo come megafono di quanto avviene su questo blog e soprattutto sulle testate per le quali ho il grande piacere e la fortuna di lavorare. C’è bisogno di concentrare le energie sul giornalismo di qualità, che affronta ora la sua sfida più grande. 

In quest’epoca di messaggi anonimi e catene virali c’è voglia di tornare a credere nelle testate giornalistiche, di sapere ciò che si legge, di sapere da dove proviene, di costruire un confronto argomentato e reale, lontano da nickname fasulli e immagini profilo farlocche. È una questione di professionalità, libertà, umanità. 

Leggi anche https://parcodigiacomo.blogspot.com/2020/01/andy-rocchelli-e-il-giornalismo.html 

(Image by Jakob Owens from Unsplash)

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