“(…) D’altra
parte chi non ha capacità e abitudine di lettura è un soggetto dalle risorse
limitate non solo dal punto di vista cognitivo ma anche esistenziale, che
spesso non sa pensare l’esistenza sua e altrui al di fuori dei binari dell’inerzia
e del senso comune, che quando ama usa schemi rudimentali e stereotipi perché non
conosce le mille variazioni dell’amore, quando soffre non sa come cavarsela e
si chiude in sé, perché non sa dialogare e raccontare il dolore né con se
stesso né con chi, se solo sapesse dirsi, sarebbe disposto ad ascoltarlo, e
quando gli tocca di conversare dice di sé, quasi con fierezza: “Io sarò un
ignorante, ma…” per poi sciorinare una valanga di banalità.
Il non-lettore
ammanta solitamente la sua ignoranza di pragmatismo, si autorappresenta come un
“tecnico”, si definisce “concreto”, ma non sa che quel mondo, che al suo
risveglio gli si presenta solo come un elenco di problemi da risolvere e di
cose da fare, è soltanto di contenitore di un’esistenza fatta di modeste
abitudini, di aspirazioni convenzionali e desideri inautentici, di manìe
scambiate per desideri.
Il non-lettore non vive <<il mondo>>, ma la
sua riduzione in stereotipi e routine, perché non è in grado di pensare e
sognare un <<altrove>>, e anche se tenta di sostituire la lettura
con il cinema e le storie audiovisive ne capisce ben poco, perché solo chi è
iniziato alla lettura sa trovare e interpretare il racconto implicito che ha
generato la scrittura cinematografica. Ed è, purtroppo, colui che riduce l’avventura
pedagogica al livello della formazione strumentale, pensando che la scuola deve
preparare al lavoro e al <<mercato>>, dimenticando (o fingendo di
dimenticare per nascondere la propria inadeguatezza) che la Paideia è ben
altro, e va ben oltre.
